Arezzo, giardini del Porcinai, non per tutti: panchine “anti-umanità”

A Arezzo tornano a vivere i Giardini del Pietro Porcinai, lungo l’asse di Viale Cittadini, in un’area strategica anche per la vicinanza alla stazione ferroviaria.

Un intervento atteso, presentato con enfasi e accompagnato dalla promessa di restituire alla città uno spazio di socialità, verde e accoglienza.

Eppure, ciò che emerge dalla riapertura lascia spazio a più di una perplessità.

Un tempo i giardini erano luoghi vivi: famiglie, anziani, bambini li attraversavano, li abitavano, li rendevano il cuore pulsante della quotidianità urbana.

Spazi pensati per sostare, incontrarsi, riposarsi. Panchine ampie e comode permettevano a chiunque di fermarsi, senza distinzioni.

Oggi, invece, proprio in uno spazio che dovrebbe rappresentare il “biglietto da visita” della città, compaiono panchine progettate per impedire la sosta prolungata:

sedute frammentate da braccioli in ferro che scoraggiano il riposo, limitano l’uso e, di fatto, escludono.

Non solo chi è in difficoltà, ma anche bambini stanchi dopo aver giocato, anziani, cittadini qualsiasi.

Si tratta delle cosiddette “panchine anti clochard”, un modello di arredo urbano che negli ultimi anni ha fatto discutere in molte città perché simbolo di un approccio definito “architettura ostile”:

interventi che, invece di affrontare i problemi sociali, li nascondono o li respingono. In questo caso, il messaggio che passa è chiaro: lo spazio pubblico non è pensato per tutti, ma solo per chi rientra in determinati canoni di comportamento e permanenza.

Una scelta che solleva una questione più ampia: quale idea di città si sta costruendo?

In un contesto urbano già sempre più segnato da cemento e traffico, anziché rafforzare la presenza del verde e della vivibilità, si introducono elementi che riducono l’inclusività degli spazi pubblici.

A ciò si aggiungono interventi discutibili come la riduzione delle alberature, la carenza di ombra e la creazione di ampie superfici spoglie, prive di identità e funzione sociale.

L’area compresa tra il piazzale della stazione e lo spazio tra i bastioni appare oggi come una grande spianata, più simile a un luogo di controllo che a uno spazio di aggregazione.

Una visione urbanistica che sembra guardare al passato, dimenticando le trasformazioni in atto nelle città italiane ed europee.

Oggi, infatti, il valore degli alberi è sempre più riconosciuto: non solo elementi decorativi, ma vere e proprie infrastrutture verdi, fondamentali per migliorare la qualità dell’aria, mitigare il caldo, favorire la biodiversità e rendere gli spazi urbani più vivibili.

A questo si affianca il tema dell’arredo urbano inclusivo: panchine vere, comode, accessibili, capaci di accogliere e non di escludere.

I Giardini del Porcinai potevano essere un simbolo di questa visione moderna e inclusiva. Rischiano invece di diventare l’emblema di una città che limita, seleziona e rinuncia alla propria dimensione umana.

Per questo è necessario aprire una riflessione pubblica: restituire piena dignità agli spazi urbani significa progettare luoghi accoglienti, accessibili e realmente condivisi. Non bastano interventi estetici: serve una visione capace di mettere al centro le persone, tutte.

Luciano Vaccaro AVS/Arezzo 2020

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