Il problema dei nidi comunali non è soltanto quanti posti ci sono. Il problema è come quei posti vengono assegnati, con quali criteri e con quale idea di famiglia alle spalle.
Perché un servizio educativo non vive nelle tabelle o nei regolamenti. Vive nella vita concreta delle persone: nelle sveglie all’alba, nei turni di lavoro, nelle corse tra casa, scuola e ufficio, nei minuti contati di ogni giornata.
E quando una famiglia si vede assegnare un nido a trenta o quaranta minuti da casa, quel posto smette di essere una risposta. Diventa un ostacolo.
Già nel 2024 era emersa tutta la debolezza di alcuni criteri del regolamento comunale, a partire dal peso attribuito alla presenza dei nonni.
Un’impostazione che tradisce una visione superata del nido: non come diritto educativo del bambino, ma come soluzione residuale per chi non ha reti familiari.
Ma il nido non è un parcheggio. È educazione, relazione, autonomia, crescita. È un pezzo fondamentale del sistema pubblico di istruzione e cura. E il diritto dei bambini a frequentarlo non può dipendere dall’età o dalla disponibilità dei nonni.
Oggi quel problema si ripresenta sotto un’altra forma: l’assenza di un vero criterio di vicinanza.
Per una famiglia, avere un nido vicino a casa o al luogo di lavoro non è un privilegio. È una necessità. Un servizio distante e incompatibile con la quotidianità rischia di essere inutilizzabile anche quando formalmente assegnato.
E il prezzo di questa disorganizzazione ricade quasi sempre sulle famiglie, spesso soprattutto sulle madri.
Il risultato è evidente: graduatorie percepite come opache, criteri poco comprensibili, posti che cambiano, informazioni frammentarie, famiglie lasciate sole a cercare soluzioni nei gruppi WhatsApp o attraverso contatti informali.
È normale che un servizio pubblico funzioni così? È normale che nel 2026 siano i genitori a dover compensare con reti private le rigidità di un sistema comunale?
No. E il problema è profondamente politico.
Perché dentro un regolamento c’è sempre un’idea di città. Dentro una graduatoria c’è una gerarchia di bisogni. E qui emerge una visione che sembra mettere al centro la burocrazia invece delle persone.
Serve cambiare impostazione. Servono criteri diversi, maggiore prossimità territoriale, strumenti ufficiali per gestire preferenze, rinunce e scambi, evitando che le famiglie vengano lasciate sole dentro meccanismi confusi.
Ma soprattutto serve ascoltare davvero chi i nidi li vive ogni giorno: educatrici, genitori, personale, gestori.
I servizi educativi per l’infanzia non sono una voce marginale del bilancio comunale. Sono una delle infrastrutture fondamentali di una città che vuole essere giusta, inclusiva e capace di guardare al futuro.
Un nido comunale non può essere un labirinto burocratico. Deve essere una porta aperta: vicina, accessibile, educativa, umana.

