Il 25 aprile non è una semplice ricorrenza nazionale, è il giorno in cui l’Italia ricorda di essere rinata grazie al coraggio di donne e uomini che scelsero da che parte stare;
è la Storia che appartiene al presente e ci pone una domanda esigente: chi si può definire partigiana o partigiano oggi?
Non stiamo vivendo la dittatura fascista ma è sicuramente un tempo difficile dove crescono le disuguaglianze sociali, il lavoro povero, lo spopolamento di tanti territori, la fatica di tante famiglie e la solitudine sociale, mentre calano la partecipazione democratica e la fiducia verso le Istituzioni.
È sicuramente il tempo di raccogliere l’insegnamento morale che ci hanno lasciato le partigiane e i partigiani per dare voce a chi si sente oppresso, solo, invisibile e non ascoltato.
Essere partigiane e partigiani oggi vuol dire impegnarsi nella cura della propria Comunità, che s’impoverisce, si svuota e si disgrega a causa della mancanza di lavoro e di servizi che portano allo spopolamento e al crollo della natalità.
Vuol dire difendere la dignità del lavoro e non voltarsi dall’altra parte e accettare l’ingiustizia solo perché è diventata normale.
Una delle grandi lezioni della Resistenza è che è stata fatta da persone che provenivano da culture politiche, esperienze e idee diverse.
Comunisti, socialisti, cattolici, liberali, monarchici, militari, contadini, operai, studenti si unirono attorno alla convinzione che la libertà, la dignità della persona e la giustizia valgono più della paura, della convenienza, dell’asservimento e dell’obbedienza al potere.
Le persone più diverse tra di loro combatterono fianco a fianco non perché avessero la stessa idea, ma perché compresero che c’erano un bene superiore da salvare e un futuro da costruire.
Oggi abbiamo bisogno di questa maturità civile perché la libertà non è mai conquistata una volta per tutte in quanto ogni epoca ha le sue forme di oppressione, di controllo, di arroganza e di prepotenza.
Occorrono donne e uomini capaci di discutere ma senza smarrire il senso del bene comune, come lo erano le partigiane e i partigiani.
Non abbiamo bisogno di persone e Istituzioni che fanno della memoria una cerimonia e dei valori parole al vento; che celebrano la libertà a parole e poi si dimenticano di chi libero non è perché è prigioniero della precarietà, della povertà e della marginalità;
che onorano la memoria della Resistenza e poi giustificano, tollerano o accettano i genocidi e le guerre; che parlano dei bisogni dei cittadini e non attuano le politiche per soddisfarli.
Le partigiane e i partigiani oggi sono le persone che difendono la dignità umana, scelgono di essere responsabili nonostante tutto, tengono accesa la speranza che un futuro migliore è possibile, credono nella partecipazione, non si rassegnano, non vivono nell’ipocrisia.
La libertà è stata conquistata da persone comuni, divenute straordinarie nel momento in cui hanno deciso di unirsi e di non essere complici; ed è questo che serve oggi: donne e uomini che resistono e costruiscono un futuro diverso per la loro Comunità.
In questo modo il sacrificio delle partigiane e dei partigiani continuerà a vivere nella nostra democrazia, nelle nostre Istituzioni, nelle nostre Comunità, come impegno quotidiano verso la difesa della libertà, della giustizia e della dignità della persona.

