Un’inaugurazione al giorno toglie il ritardo politico di torno

Le inaugurazioni preelettorali sono una vecchia storia, roba da prima repubblica.

Ma almeno, una volta, dietro il nastro c’era un’opera finita, utile, pensata dentro una visione.

Qui invece il copione è più povero: si inaugura tutto insieme, in blocco, a ridosso del voto.

Non perché le opere siano mature, ma perché il calendario lo impone.

Il messaggio è chiaro: “guardate cosa abbiamo fatto”.

La domanda vera è un’altra: perché lo avete fatto tutto adesso? Undici anni: il tempo lungo del nulla Undici anni di amministrazione non sono uno scherzo.

Sono un ciclo storico.

Eppure, tolti gli annunci e qualche intervento puntuale, il bilancio sui lavori pubblici ordinari è desolante: manutenzione urbana insufficiente, traffico peggiorato, periferie lasciate a stesse, servizi che arrancano.

La città reale – quella che si attraversa ogni giorno – racconta una storia diversa dai comunicati.

E quando per anni non costruisci una politica pubblica coerente, alla fine ti resta solo la propaganda.

I “grandi interventi”: tre simboli, tre problemi Rotonda di via Fiorentina: qui siamo oltre la cattiva amministrazione: siamo nel terreno delle responsabilità gravi, con costo enorme scaricato sui cittadini e un debito a carico del futuro.

Non basta, una gestione poco trasparente tanto da dover essere segnalata per un intervento della magistratura.

Quando un’opera pubblica diventa un debito politico prima ancora che economico, hai fallito due volte: come amministratore e come garante della fiducia pubblica.

Un pantano, lo dici tu – e non è un’esagerazione, la caserma di via Fabio Filzi: un progetto sbagliato alla radice con impatto negativo sul quartiere e risorse immobilizzate fanno da contraltare alla mancanza di visione su un quartiere come Saione, cui si regalerà una piazzetta che ancora non si capisce come sarà.

E l’opera conclusa? Il sottopasso del Baldaccio. finito, sì.

Ma già fragile con le criticità emerse subito alla prima pioggia: un’opera pubblica che mostra i suoi limiti al primo temporale è come un tetto che perde appena cade la prima goccia: non è un incidente, è un errore.

Già, ma ora il Centro per l’Impiego, il pezzo fortedell’inaugurazione di questi giorni.

E arriviamo al pezzo forte del comunicato.

Sulla carta, il nuovo Centro per l’Impiego è tutto perfetto, sostenibile, accessibile, moderno, strategico.

Con un limite: un edificio non crea lavoro, ospita politiche del lavoro.

E allora la domanda è: dov’è la politica industriale, dov’è la strategia occupazionale, dov’è il tessuto produttivo che dovrebbe dialogare con questi 1500 mq di uffici? Perché senza quello, rischia di essere solo una bella scatola.

E le scatole, per quanto efficienti energeticamente, non riempiono i piatti.

Il comunicato è un elenco: giardini, orti parcheggi scuole collegamenti ma nasconde un’urbanistica rattoppata che lascia indietro tanti edifici pubblici vuoti, in condizioni terremotate e la caserma attuale della municipale che fa letteralmente acqua.

Sì, piove anche lì.

Se le opere si concentrano a fine mandato i problemi strutturali restano i cantieri simbolo sono fallimentari o controversi allora non è governo della città, è gestione del consenso.

Un’inaugurazione al giorno cerca di “togliere il ritardo politico di torno”.

Fabrizio Trippi AVS-Arezzo 2020

© Riproduzione riservata

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