Da lunedì ad Arezzo è scoppiato il caso delle panchine anticlochard installate ai Giardini Porcinai dopo lunghi anni di interventi di risistemazione, panchine disegnate apposta (architettura ostile) per impedire, come sostenuto da un consigliere di FdI “che sulle nostre panchine sostino i clochards, gli ubriachi, le risorse sinistre (cioè gli immigrati tradotto) e gli spacciatori”.
Le panchine, da sempre percepite come spazi di riposo per le persone, senza distinzioni di sesso di razza e di religione o di censo, occasioni di relazioni umane e di incontro, ora, nella visione della destra, offrono solo opportunità di bivacchi e di sosta per pericolosi soggetti turbatori della quiete pubblica.
Da un recupero importante di quest’area centrale ci si sarebbe aspettati la restituzione di spazi accessibili e accoglienti e socializzanti, condivisi e aperti a tutte le persone.
Qui abbiamo le panchine antibivacco, si tratta proprio di panchine anti-poveri, fatte per nascondere alla vista senzatetto, persone fragili, magari rumorose o sgradevoli perché diverse da noi, persone da allontanare per renderle ancora più invisibili, per un’operazione di facciata che mostri una città “pulita” e “ordinata” e giardini forse belli da vedere, non certo da vivere.
Ma la povertà non si cancella, viene solo spostata, l’esclusione, la discriminazione aumenta le divisioni, le paure e il senso d’insicurezza, la paura non rende più felici. La sicurezza non si realizza aumentando repressione e telecamere (in questi anni non è certo cresciuta e non solo a livello locale) ma con una comunità più attenta ai bisogni di tutte e tutti.
Oggi in tanti sono (giustamente) turbati e sdegnati da queste panchine antibivacco, simbolo di una città escludente e chiusa, eppure queste sono il logico corollario delle politiche portate avanti da questa Amministrazione che da sempre baratta le politiche securitarie e repressive con maggiore sicurezza.
E che da oggi, 1 aprile chiude il dormitorio della Caritas, costringendo chi vi trovava ospitalità ad arrangiarsi con soluzioni di fortuna destinate ad innescare nuove polemiche su decoro, degrado e sicurezza.
Bisogna però ricordare che quando fu approvata la delibera del Consiglio comunale che rideterminava le aree di cui all’art. 9 del D.L.n. 14/2017, le cosiddette zone rosse (n. 89 del 26.06.25) non ci furono voti contrari ma solo 8 astenuti, dell’opposizione, per disattenzione (?) o sottovalutazione della sua portata repressiva e delle conseguenze.
Poi sono arrivati i controlli, l’allontanamento di senzatetto o “vagabondi” nelle varie zone rosse della città, davanti alla stazione o a Saione (con l’espulsione di Dariusz, senzatetto che da molti anni viveva ad Arezzo e intorno al quale era nata una preziosa rete solidale, finito in un CPR in Calabria).
Anche la campagna d’odio di queste settimane contro il Vescovo di Arezzo, attaccato per il suo gesto di fratellanza e pace alla fine del Ramadan non suscita meraviglia , così come la notizia del minore perquisito ad Arezzo per “condotte inquadrabili con la propaganda e l’istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica nazionale o religiosa”: sono il frutto avvelenato di anni di queste politiche, di fronte alle quali nessun* può restare indifferente, perché, citando Gramsci, l’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita.
Partito della Rifondazione Comunista-Sinistra Europea – Arezzo

