Conosciamo, molti anche per esperienza diretta, la situazione di sovraffollamento
del Pronto Soccorso dell’ospedale San Donato di Arezzo;
così come sappiamo delle
difficoltà dichiarate dall’Azienda nell’assumere personale medico ed infermieristico,
difficoltà di cui vorremmo saperne di più.
Fatto sta che se a fronte di quelle difficoltà si impegnano € 567.210,00 per affidare
la gestione dei codici minori ad una ATS per “supportare i percorsi di presa in carico
ed incrementare la qualità della relazione utente-operatore” risulta evidente che la
relazione utente-operatore, che fino a questi giorni è ancora paziente-AUSL, si
arricchisce di un terzo elemento, una ATS.
La AUSL dichiara che “la collaborazione con A.T.S. Costituita avrà durata di un
anno, a decorrere dalla data di stipula del rapporto convenzionale, fatto salvo il
rinnovo per una ulteriore annualità, qualora permangano le condizioni e le criticità
che ne hanno determinato la sottoscrizione, in attesa della piena operatività degli
ulteriori interventi previsti, di carattere strutturale”.
Se teniamo conto di quello che riporta la delibera 626 del 18/06/2026 questo passo
è dato da una situazione di emergenza, situazione che era presente anche nell’anno
precedente e che, verosimilmente, non sarà risolta a breve termine.
Considerata comunque la durata limitata nel tempo di questa operazione, e
considerato che la situazione di emergenza del Pronto Soccorso di Arezzo non è
nuova, chiediamo qual è il progetto (se esiste) per uscire da questa emergenza e
riportare la situazione alla normalità?
Se, com’è molto probabile, alla scadenza dei due anni non si è fatto nulla di diverso,
o per lo meno non si è programmato nulla di diverso, cosa accade?
Si continua a prorogare all’infinito? E come si affrontano le emergenze di altri servizi che sono nella stessa crisi? Si segue lo stesso modello?
Di fatto si tratta di una nuova e pericolosa privatizzazione di attività fondamentali
del Servizio Sanitario. Certo non ci sfugge la differenza tra questa esternalizzazione,
diretta verso organizzazioni no-profit e altre fatte verso strutture pro-profit:
escludere il profitto privato dalle attività per la salute dei cittadini non è poca cosa
ed è un fatto positivo.
Ma sempre di privatizzazione si tratta, che spezza l’unitarietà
del Servizio Sanitario pubblico e ne mette a rischio l’efficacia. Non può essere
questa la strada per affrontare le difficoltà del Servizio Sanitario.
Esprimiamo la nostra contrarietà nel modo di affrontare un’emergenza che, come
già detto, era nota da tempo e questa soluzione sembra solo un rimedio, che
comunque costa quasi € 600.000,00 all’anno netti, dato che gli spazi, le pulizie, gli
strumenti diagnostici e perfino l’abbigliamento da lavoro sono a carico dell’AUSL;
inoltre manca un progetto, una strada che ci porti fuori dall’emergenza e ci poniamo
una domanda che può sembrare banale ma alla quale vorremmo risposta:
se l’incarico dovesse avere durata biennale, la AUSL si troverebbe a pagare per la
convenzione un conto di ben € 1.200.000,00 o poco meno.
Con quella cifra quanti medici di Pronto Soccorso e quanti infermieri dell’area critica si potrebbero assumere?

