«… dopo avere molte cose esperimentato, trovò che il dar loro una coperta d’invetriato adosso, fatto con stagno, terra ghetta, antimonio et altri minerali e misture cotte al fuoco d’una fornace aposta, faceva benissimo questo effetto e faceva l’opere di terra quasi eterne”.
Con queste celebri parole, contenute nella seconda edizione delle Vite, Giorgio Vasari celebrava la rivoluzionaria invenzione di Luca della Robbia, ideatore di quella che egli stesso definì “un’arte nuova utile e bellissima”: la scultura in terracotta invetriata.
Una tecnica del tutto innovativa per le arti plastiche occidentali, elaborata intorno al 1440 e destinata a cambiare profondamente il linguaggio artistico del Rinascimento italiano.
Dalla straordinaria intuizione tecnica di Luca — perfezionata grazie a sperimentazioni sui materiali e su una speciale miscela di stagno, antimonio, minerali e smalti capace di rendere le opere quasi eterne e inattaccabili dagli agenti atmosferici — nacque un linguaggio artistico unico, riconoscibile per la luminosità delle superfici, la brillantezza cromatica e la straordinaria resistenza.
Blu di cobalto, bianco di stagno, verdi di rame, gialli di antimonio e bruni di manganese definirono una tavolozza limitata ma potentissima, destinata a diventare cifra distintiva della bottega robbiana.
Fu tuttavia con Andrea della Robbia “eccellente scultore di terra e di marmo” nipote di Luca e straordinario interprete della sua eredità, che questa tecnica raggiunse una diffusione senza precedenti.
Andrea trasformò la bottega di via Guelfa in un centro produttivo di altissimo livello, capace di portare la terracotta invetriata ben oltre i confini fiorentini, in Toscana, in Umbria e fino al Meridione aragonese, con una produzione che Giorgio Vasari definì “infinita”. Fu lui a imprimere a questa tradizione una nuova forza narrativa e spirituale, rendendola una delle espressioni più originali e riconoscibili del Rinascimento.
La Direzione regionale musei nazionali Toscana del Ministero della Cultura aggiunge un tassello significativo al recupero di questo straordinario patrimonio artistico con il restauro della terracotta invetriata raffigurante San Sebastiano, di Andrea della Robbia e bottega, capolavoro databile agli inizi del XVI secolo che sarà presentato martedì 26 maggio alle 17 al Museo Nazionale d’Arte Medievale e Moderna di Arezzo da Carlotta Paola Brovadan, Direttrice regionale Musei nazionali Toscana del Ministero della Cultura, Luisa Berretti, Direttrice del Museo Nazionale d’Arte Medievale e Moderna di Arezzo e Antonella Semoli, Presidente del Club Inner Wheel Arezzo
L’accurato intervento conservativo realizzato con il sostegno del Club Inner Wheel Arezzo dalla restauratrice Silvia Gualdani si è articolato in diverse fasi: pulitura della superficie, consolidamento strutturale, integrazione delle lacune ceramiche con materiali compatibili e ritocco pittorico finale, volto a restituire piena leggibilità e unità estetica all’opera.
Il recupero del San Sebastiano non è soltanto un intervento conservativo, ma parte di una strategia culturale più ampia promossa dalla Direzione regionale, che opera come motore di una visione integrata del patrimonio, favorendo la collaborazione tra istituti, la condivisione delle competenze e la costruzione di percorsi scientifici comuni.
Il legame tra Arezzo e la tradizione robbiana è peraltro profondo e consolidato. Proprio il Museo aretino conserva una delle più importanti raccolte pubbliche di terracotte invetriate e ceramiche della famiglia Della Robbia, e nel 2009 ospitò la grande mostra I Della Robbia – dialogo tra le Arti nel Rinascimento, curata da Liletta Fornasari e Giancarlo Gentilini, che contribuì in maniera determinante a rilanciare gli studi e l’attenzione pubblica sulla straordinaria vicenda artistica della bottega fiorentina.
L’eredità artistica di Andrea della Robbia rappresenta uno dei capitoli più affascinanti e complessi del Rinascimento toscano.
Erede del segreto tecnico gelosamente custodito dallo zio Luca, Andrea impresse alla produzione della bottega di via Guelfa una svolta formale, trasformando la terracotta invetriata nel veicolo visivo di una profonda commozione religiosa, giocata sul contrasto tra il bianco purissimo delle figure e l’azzurro dei fondali.
La cerchia dei Della Robbia fu tra le più attive nel sostenere la dottrina di Girolamo Savonarola: un legame così radicale che vide due figli di Andrea, Francesco e Marco Giovanni, prendere i voti domenicani nel convento di San Marco proprio negli anni della predicazione.
A Marco Giovanni, divenuto Fra’ Mattia nel 1496, è attribuito il celebre busto in terracotta policroma del predicatore, oggi conservato nel Museo di San Marco (sempre parte della Direzione regionale) e considerato l’unica effigie tridimensionale a restituirci le reali fattezze del frate.
Questa militanza spirituale si riflette chiaramente nella produzione matura del maestro, cui il San Sebastiano in esame appartiene: qui l’esuberanza decorativa cede il passo al rigore morale e alla purezza evangelica sollecitate dal misticismo savonaroliano.
Le composizioni si spogliano di ogni compiacimento mondano per farsi specchio di una devozione rigorosa, evidente nell’intensa introspezione psicologica dei personaggi e nella casta austerità dei volti sacri.

