Mercoledì 30 settembre, alle ore 17.30, l’apertura ufficiale. L’esposizione, a ingresso gratuito, sarà visitabile tutti i giorni dalle ore 10 alle 12,30 e dalle 15,30 alle 19.
LA MOSTRA
Il linguaggio artistico di Cesare Dragoni, conosciuto anche con lo pseudonimo di Cesà, guarda in modo inequivocabile al secondo Novecento, epoca in cui la pittura smette di essere una semplice raffigurazione sulla tela o sulla tavola, l’opera perde i suoi confini e il quadro si trasforma nella superficie in cui sperimentare nuove soluzioni e materiali.

Negli anni Sessanta, periodo in cui il grande Alberto Burri plasma e dilania i materiali polimerici con il fuoco, Dragoni frequenta ad Arezzo lo studio del pittore Giacomo Bassis, portando avanti un figurativo classico. Da autodidatta si cimenta con varie tecniche, come l’olio, la spatola e gli acrilici, abbracciando soggetti che spaziano dal paesaggio alla natura morta.
Successivamente iniziano anche per lui le prime sperimentazioni sulla materia, attraverso l’uso di resine epossidiche e cera d’api. Con il nuovo millennio e l’affermarsi di una nuova sensibilità verso il recupero dei materiali poveri e di scarto, a cui ridare nuova vita e diversi significati, Dragoni trova ulteriori stimoli per la sua indagine, che lo riconducono alla lezione burriana sull’utilizzo delle plastiche combuste.
Dal 2013 queste ultime diventano l’elemento distintivo del suo linguaggio. Il pittore dà così il via a una ricerca che lo porta a esporre in mostre personali e collettive, partecipare a fiere d’arte e ottenere riconoscimenti, distinguendosi come uno degli autori più originali del Cenacolo degli Artisti Aretini.
Le opere di Dragoni, di cui la mostra “Arte informale” propone un’emblematica selezione, sono lavori fatti di grovigli polimaterici che restituiscono il senso di una continua evoluzione. In seguito alla combustione, egli stende sulle superfici intricate il colore, conferendo alle sue creazioni fattezze metalliche. Non è difficile, infatti, scambiarle per fusioni bronzee.
In ogni opera dell’aretino c’è l’esigenza di lasciare una traccia: un segno forte e indelebile che trasforma la materia modellata dal fuoco e dalla sua ispirazione in una memoria che continua a parlare all’uomo contemporaneo.

