Riceviamo e pubblichiamo la testimonianza inviata alla nostra redazione da una spettatrice arrivata da Firenze per assistere, insieme a due amiche, alla Giostra del Saracino di domenica 6 settembre 2026. La lettrice riferisce di essere stata coinvolta in una situazione di forte tensione con alcuni giovanissimi sostenitori presenti in Piazza Grande e solleva una riflessione sul comportamento del pubblico e sulla sicurezza durante la manifestazione.
Quanto riportato di seguito rappresenta la testimonianza della lettrice e la sua ricostruzione di quanto accaduto. La redazione resta disponibile a ospitare eventuali precisazioni o repliche da parte dei soggetti interessati.
<<Gentile Redazione,
vi scrivo per raccontarvi quanto ho vissuto oggi, 6 settembre 2026, alla Giostra del Saracino di Arezzo.
Vi scrivo perché, tornando a casa, quello che mi è rimasto addosso più di ogni altra cosa è una profonda tristezza.
Ero arrivata da Firenze insieme a due amiche provenienti da fuori Arezzo. Avevamo acquistato regolarmente tre biglietti in piedi ed eravamo entusiaste di assistere a una manifestazione storica che rappresenta una delle tradizioni più conosciute della città.
Siamo entrate dall’accesso di via Pescaia e, essendo arrivate molto presto, ci siamo posizionate vicino al pozzo, davanti alle transenne, quando ancora non c’era praticamente nessuno.
Successivamente sono arrivati alcuni giovanissimi sostenitori, in gran parte ragazze che apparivano minorenni. Da quel momento, secondo quanto abbiamo vissuto, sono iniziati insulti, intimidazioni e frasi con cui ci veniva intimato di spostarci perché quello sarebbe stato il “loro territorio”.
Tra le frasi che mi hanno ferita maggiormente c’è stata anche, in sostanza: “Tornatevene a casa vostra”.
Io sono di Firenze. Le mie amiche erano anch’esse arrivate da fuori Arezzo.
Ma davvero, nel 2026, una persona che acquista un biglietto e viene in una città toscana per conoscere e apprezzare una sua tradizione deve sentirsi dire di tornarsene nella propria città?
La situazione, purtroppo, non si è fermata alle parole.
Abbiamo subito spinte e colpi nel tentativo di costringerci a lasciare il posto. Io ho rischiato di farmi seriamente male a un dito, rimasto schiacciato contro la transenna. Una mia amica ha ricevuto colpi nella zona dello sterno; l’altra colpi alla schiena e calci agli stinchi e si è vista tirare i capelli.
Alla fine ci siamo allontanate. Non perché qualcuno avesse più diritto di noi a occupare quel posto, ma perché non vale la pena rischiare di farsi male per assistere a una manifestazione.
Ed è proprio questo che vorrei raccontare attraverso il vostro giornale.
Quello che ho visto non è tifo.
Amare il proprio quartiere, difenderne i colori, cantare, gridare e vivere con passione una tradizione può essere bellissimo. Ma l’appartenenza non può diventare un pretesto per intimidire, insultare o aggredire chi si trova accanto a noi.
E ciò che mi ha fatto più male è stata proprio la giovanissima età delle persone coinvolte.
Da adulta, mi rivolgo anche ai genitori: credo che dovremmo interrogarci quando ragazzi così giovani arrivano a percepire un’altra persona come qualcuno da cacciare semplicemente perché occupa un posto che loro desiderano o perché viene da un’altra città.
Non è una questione di Firenze contro Arezzo e non voglio assolutamente che il mio racconto venga interpretato in questo modo. Al contrario: sono venuta ad Arezzo proprio perché volevo partecipare a una sua tradizione e godermi una giornata di festa.
La Giostra del Saracino, inoltre, è una manifestazione storica e spettacolare: non dovrebbe esserci nulla che giustifichi un simile livello di aggressività tra gli spettatori. E, anche se si trattasse di una manifestazione sportiva più fisica o accesa, naturalmente questo non renderebbe accettabile la violenza sugli spalti.
C’è poi un altro aspetto sul quale credo sia necessario interrogarsi: la sicurezza.
Nelle nostre immediate vicinanze erano presenti addetti alla sicurezza i quali non sono intervenuti nonostante avevano ben chiara la situazione.
Accanto a noi si trovava anche una coppia di americani. A un certo punto mi sono sentita talmente mortificata da quello che stava accadendo che ho sentito il bisogno di scusarmi con loro e dire: “Noi non siamo così”.
Questa immagine continua a tornarmi in mente.
Che ricordo portano a casa due visitatori stranieri che vengono ad Arezzo per assistere a una delle sue manifestazioni più caratteristiche e si trovano davanti una situazione del genere?
Non voglio che questa testimonianza diventi un attacco alla Giostra del Saracino. Sarebbe esattamente il contrario di ciò che desidero.
Vorrei che servisse a proteggere la Giostra, il pubblico e soprattutto il significato autentico di una tradizione.
Vorrei che qualcuno spiegasse ai ragazzi che si può amare visceralmente il proprio quartiere senza odiare quello che si ha davanti. Che una persona arrivata da Firenze, dall’America o da qualunque altra parte non è un’intrusa: è una persona che ha scelto Arezzo e che è venuta per conoscere e condividere la sua festa.
E vorrei rivolgere un appello anche alle famiglie: parliamo con questi ragazzi, controlliamo ciò che accade e insegniamo loro che appartenenza e rispetto possono e devono stare insieme.
Perché se una tradizione che dovrebbe unire una comunità finisce per diventare, per alcuni giovanissimi, una ragione per intimidire o aggredire chi viene percepito come “estraneo”, allora c’è qualcosa su cui adulti, famiglie, organizzatori e istituzioni devono seriamente riflettere.
Io oggi torno a Firenze profondamente amareggiata.
Non per aver visto perdere o vincere un quartiere.
Ma perché, in una giornata che aspettavo con gioia, ho visto ragazzi giovanissimi manifestare una rabbia e un’aggressività che non avrei mai immaginato di incontrare in un contesto del genere.
Spero possiate diffondere questa testimonianza e rimango a vostra disposizione,
Un caro saluto>>

