La seconda giornata di YouTopic Festival si è aperta con gli Stati generali sulla cultura di pace in Toscana in attuazione della Legge regionale Toscana 5 agosto 2025 n.42. Rondine ha ospitato la sessione di avvio del percorso delle Giornate della Pace e della Convivenza fra i Popoli.
L’evento è stato inaugurato dal saluto di benvenuto dei giovani della World House di Rondine.
“La Toscana – ha spiegato il presidente Eugenio Giani – ha nel proprio patrimonio civile e culturale una forte tradizione di impegno per la pace, il dialogo tra i popoli e la cooperazione internazionale.
Gli Stati Generali della Cultura di Pace rappresentano una scelta strategica con cui vogliamo mettere in rete e valorizzare le tante energie presenti nei nostri territori, dalle associazioni alle scuole, dagli enti locali al mondo del terzo settore.
In una fase storica segnata da guerre e gravi tensioni internazionali, costruire una cultura della pace significa investire nella coesione delle comunità, nella partecipazione democratica e nel futuro delle nuove generazioni.
Con l’avvio degli Stati generali della cultura di pace a Rondine parte un percorso che vuole coinvolgere tutta la Toscana e che conferma la nostra Regione come terra di dialogo, accoglienza e responsabilità civile”.
“Per tanti anni – ha detto Mia Diop, Vicepresidente Regione Toscana – la pace è stata identificata come qualcosa di astratto e utopico. Invece ci stiamo sempre più rendendo conto di quanto richieda assoluto pragmatismo.
Esiste in Toscana una rete estesa di persone, associazioni e realtà attive sul fronte della cultura di pace e per questo porteremo questi temi nelle scuole attraverso progetti finanziati col fondo sociale europeo.
Rondine in questo ambito è un protagonista indiscusso e per questo la Regione Toscana ha deciso di iniziare gli Stati Generali sulla cultura di pace in Toscana proprio qua, un posto dall’alto valore simbolico.
Si avvia così un percorso partecipativo che coinvolgerà la popolazione per raccogliere istanze, proposte e idee”. Michela Greco, del Coordinamento della campagna R1PUD1A di Emergency si è soffermata sulla necessità di contrastare il ritorno del servizio militare e promuovere l’obiezione di coscienza. Raffaele Crocco, presidente dell’associazione 46° Parallelo:
“L’umanità vuole buttare fuori dalla storia la guerra, ma chi vuole la guerra lo ignora. Questi stati generali sono un modo per rovesciare il tavolo. La pace non sono simboli e arcobaleni: la pace è azione politica, scelta di sistemi basati su giustizia, uguaglianza e diritti umani.
Creare la pace non è diventare più buoni, ma più intelligenti e noi siamo agli Stati Generali perché abbiamo scelto di diventare più intelligenti”.
Stefano Marinelli, docente Master Conflict management and humanitarian action, dell’Università di Siena, ha citato la campagna Leaders For Peace di Rondine che si rivolge ai capi di stato e di governo chiedendo di rinunciare a una parte della spesa militare da devolvere a studi di pace.
Nell’arco della giornata è stata inaugurata anche la mostra “Wars. Oltre i confini. Dentro i popoli” è un progetto espositivo realizzato in collaborazione con l’Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo e Montura, e raccoglie una selezione di immagini prodotte nell’ambito del premio fotografico internazionale WARS, che da anni documenta con sguardo critico e umanista le zone calde del Pianeta.
Nella giornata anche un momento di grande intensità con voci inquiete oltre il conflitto israelo-palestinese, il panel “Se la guerra è una scelta, anche la pace può esserlo”. Si parte dalla risposta all’inquietudine:
la guerra non è ineluttabile o inevitabile, possono costruirsi strade diverse da quella militare.
Sul palco testimonianze di grande impatto, israeliane e palestinesi, tutte non schiacciate sulle posizioni ufficiali ma che via via hanno dimostrato la forza di essere autonome superando gli steccati.
E spazio a chi sta lavorando in sinergia tra i due popoli anche a risposte diverse, come quella federativa.
Tra queste quella di Manuela Dviri, giornalista italo-israeliana che, dopo l’uccisione di suo figlio Joni durante l’intervento israeliano in Libano a opera di un razzo sparato da Hezbollah, ha deciso di impegnarsi ogni giorno per la costruzione della pace e l’incontro di due popoli, l’israeliano e il palestinese.
“Io non ho mai odiato – afferma la Dviri – ed è importantissimo che ci sia ancora chi prova a portare avanti progetti di pace, a parlare di pace, ad andare verso la pace.
Questo è il compito dei giovani perché noi abbiamo già visto tante guerre purtroppo in un periodo così breve;
Sono molto contenta di essere qui a Rondine, quello che fate è veramente importante soprattutto in un tempo in cui sembra che non si possa più far nulla. Voi siete solo all’inizio quindi vi auguro di continuare a fare quello che fate e di continuare a invitarci e raccontare le nostre storie che vengono da lontano”.
Accanto a lei Sarah Mustafa, scrittrice italo-palestinese che ha portato la sua esperienza personale e quella della famiglia del padre che ha vissuto per dieci anni in un campo profughi palestinese in Giordania.
“Ho conosciuto la realtà che queste persone vivono all’ordine del giorno e quello che mi preme portare come messaggio è che non è nato tutto il 7 ottobre ma c’è una storia lunga ottant’anni se non di più”.
Quando pensa al futuro Sarah vede una parola sopra le altre: ascolto. “Mettersi nei panni altrui per capire che dietro a ogni dolore c’è una storia, dietro ogni sete di vendetta c’è qualcosa da comprendere.
Ovviamente questo è un sentimento che deve essere reciproco per poter fare della strada insieme”.
Con loro anche Dr. Yael Admi, cofondatrice e presidentessa del movimento Women
Wage Peace e Reem Al-Hajajreh, attivista palestinese e fondatrice di Women of the Sun moderate da Chiara Zappa, scrittrice e giornalista.
In una fase internazionale instabile e dolorosa, segnata dal ritorno della guerra e dalla corsa agli armamenti, diventa urgente riflettere sulla tensione tra riarmo e disarmo. Questo il tema al centro del panel “L’inquietudine della sicurezza: tra disarmo, difesa e deterrenza”.
Rondine ancora una volta si è conferma luogo terzo che offre uno spazio libero a voci diverse e addirittura contrapposte, voci che accettano di stare in dialogo nella diversità e nel rispetto reciproco.
Un dialogo aperto per attraversare l’inquietudine del presente fatto di domande scomode e responsabilità concrete.
Don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei, ha richiamato alcune parole di Papa Leone XIV: “Non si chiami difesa un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza».
Parole che interrogano profondamente un tempo in cui la paura sembra alimentare nuove richieste di protezione e nuove forme di armamento. La paura genera insicurezza e l’insicurezza alimenta ulteriormente la paura.
In questo circolo vizioso, quando viene meno la fiducia, si invoca la deterrenza come unica risposta possibile. Eppure, ha osservato Bignami, la pace non può essere considerata soltanto un punto di arrivo:
deve diventare il punto di partenza dell’agire politico. Oggi la paura rischia di trasformarsi in un vero e proprio mercato.
Non ci si domanda più quale società si voglia costruire, ma soltanto come difendersi dalle minacce percepite. Da qui la necessità di riaprire una riflessione culturale e politica sul significato autentico della sicurezza”.
Franco Vaccari, fondatore e presidente di Rondine, ha voluto anzitutto entrare in sintonia con le testimonianze delle madri palestinesi e israeliane ascoltate nella giornata:
“Vogliamo che i nostri figli non uccidano nessuno e non si facciano uccidere da nessuno”. Ha ricordato come i giovani che arrivano a Rondine conservino un residuo di fiducia sufficiente per tendere la mano a chi fino a poco prima era considerato un nemico.
Per questo, pur non avendo risposte definitive, gli adulti non possono rinunciare a offrire ai giovani categorie culturali e strumenti di interpretazione.
Da qui il libro “Parole inquiete” Edizioni Ares che sarà presentato domani, 6 giugno, in anteprima nell’ambito del Festival.
Vaccari ha riconosciuto che il diritto alla difesa esiste e che vi è anche il dovere di proteggere i più deboli, tuttavia le armi devono rappresentare sempre l’ultima opzione.
La prima e più importante forma di difesa è l’appartenenza a una comunità e la costruzione di relazioni di fiducia.
Per questo, mentre si rafforzano gli strumenti di protezione, occorre rilanciare con decisione la prospettiva del disarmo, avendo sempre presente l’articolo 11 della Costituzione italiana e la necessità di rafforzare organismi sovranazionali capaci di governare i conflitti.
La guerra può essere eliminata come strumento di risoluzione delle controversie, mentre la violenza resterà una possibilità sempre presente nella storia umana.
Proprio per questo occorre costruire istituzioni “terze” e relazioni che limitino il ricorso alle armi e facciano crescere la fiducia “Dove possiamo fermiamo, ragioniamo, facciamo nascere il seme della fiducia”.
Antonio De Lellis, Coordinatore nazionale di Pax Christi Italia ha ribadito la posizione dell’associazione, contraria alla produzione e al commercio di armi. La parola che più lo inquieta è “sicurezza”, soprattutto quando viene utilizzata al singolare.
Più che di sicurezza, secondo De Lellis, bisognerebbe infatti parlare di “sicurezze”: abitativa, sanitaria, lavorativa, energetica, ambientale, democratica, sociale. Sicurezza significa poter partecipare alla vita pubblica, esprimere dissenso, manifestare liberamente e vivere in una società giusta.
Il rischio è che la ricerca della sicurezza si trasformi nella ricerca dell’uniformità. Per questo la risposta non può essere l’omologazione, ma la costruzione di comunità capaci di gestire i conflitti attraverso il dialogo.
Richiamando una riflessione di Papa Leone sulla “sindrome della città di Babele”, anche De Lellis ha indicato nella comunità e nella relazione la chiave per affrontare le paure contemporanee.
Secondo la senatrice Stefania Craxi, il mondo sta vivendo il periodo più pericoloso dalla fine della Seconda guerra mondiale. La sicurezza resta una delle aspirazioni più profonde delle società umane, ma oggi il suo significato è cambiato radicalmente.
Non si tratta più soltanto di difendere confini territoriali. Le minacce riguardano anche il cyberspazio, l’energia, la tecnologia e la coesione interna delle società democratiche. Per questo il concetto di sicurezza deve essere integrato con quello di resilienza.
Craxi ha sottolineato che la difesa non può essere considerata un valore autonomo e separato da una visione politica e morale. Se la pace rappresenta il fine, la difesa può essere uno degli strumenti per garantirla.
Anche la deterrenza, nella sua prospettiva, non coincide con l’esaltazione della forza, ma con il tentativo di limitarne l’uso.
L’inquietudine nasce dalla consapevolezza che nessuna società può rinunciare a proteggersi, ma che nessuna società può sentirsi sicura basandosi esclusivamente sulla paura reciproca.
La sfida consiste allora nel “difendere senza odiare”, prevenire i conflitti e contribuire alla costruzione di un nuovo ordine internazionale fondato sul diritto e sulla fiducia.
Francesco Macrì, presidente di Leonardo Spa e presidente esecutivo di Estra Spa, ha riconosciuto nell’inquietudine una dimensione necessaria della responsabilità personale e istituzionale.
Ha evidenziato come il lavoro di Rondine dimostri concretamente che persone portatrici di visioni opposte possono convivere e dialogare. Partendo dai dati del contesto internazionale, ha ricordato che oggi nel mondo sono attivi oltre sessanta conflitti e che le forme della guerra stanno rapidamente cambiando.
Secondo Macrì, il passaggio da un mondo bipolare a una fase di “disordine multipolare” impone nuove riflessioni. Se le democrazie ritengono fondamentali i propri valori, devono interrogarsi su come proteggerli.
In questa prospettiva, la difesa è considerata uno strumento di tutela delle libertà democratiche.
Ha inoltre ricordato che Leonardo si occupa non soltanto di sistemi militari ma anche della protezione di infrastrutture strategiche e della sicurezza informatica del Paese.
La deterrenza, ha sostenuto, non coincide necessariamente con la minaccia della forza, ma può assumere anche la funzione di prevenzione e dissuasione.
Per Miguel Diaz, diplomatico e docente presso la Loyola University di Chicago, è fondamentale superare quella che il Papa definisce la “logica del nemico”.
Questa prospettiva, ha osservato, è profondamente coerente con il metodo di Rondine, fondato sulla possibilità di incontrare l’altro senza ridurlo a una minaccia permanente.
Ha richiamato le parole pronunciate da Papa Leone XIV nel suo primo messaggio pubblico quando ha invocato “una pace disarmata e disarmante”. Ha inoltre ricordato i passaggi del magistero di Papa Francesco che denunciano come le guerre vengano non soltanto combattute, ma anche preparate culturalmente e politicamente.
Diaz ha poi ribadito il rifiuto della teoria della guerra giusta e sottolineato come il ricorso alla violenza rifletta una povertà relazionale.
La costruzione della pace richiede invece la capacità di abitare il conflitto senza trasformarlo in inimicizia. Rondine dimostra concretamente che il conflitto può essere attraversato senza generare ostilità permanente: una lezione valida tanto per le persone quanto per le nazioni.
Il panel non ha cercato di fornire risposte definitive. Ha invece lasciato emergere una domanda condivisa: come costruire una sicurezza che non sia fondata esclusivamente sulla paura?
Tra posizioni differenti è emerso un punto comune: la necessità di non rinunciare al dialogo, alla fiducia e alla responsabilità politica. L’inquietudine, in questa prospettiva, non è paralisi ma ricerca. È il rifiuto di accettare come inevitabile una logica di contrapposizione permanente.
La sfida resta aperta: custodire la vita, proteggere le persone e costruire istituzioni capaci di prevenire i conflitti senza smettere di cercare una pace autentica e duratura.
Nel panel “Il linguaggio e la parola: le divisioni prima della guerra” si è parlato di come le divisioni non cominciano dai contenuti: spesso partono direttamente dal linguaggio, dagli estremi divisivi della politica a quelli altrettanto aspri della comunicazione.
Lo ha spiegato Bruno Mastroianni, giornalista e filosofo: “La comunicazione ha sempre un elemento di conflitto al suo interno.
Il problema è quando diventano guerra. Queste dinamiche possono essere disinnescate nel momento in cui queste parole possono essere fraintese, sono momenti preziosi su cui dobbiamo lavorare, non rifiutarli, ma affrontarli”.
Ilario Lombardo, giornalista de La Stampa, ha invece sottolineato che il giornalista ha tre elementi fondamentali a disposizione: il rapporto con le fonti, l’onestà nel linguaggio e nello sguardo e poi riuscire a fornire il contesto, spiegando bene le cose.
Pera Toons, pseudonimo di Alessandro Perugini, fumettista e youtuber italiano: “Ridere è una cosa seria.
Rondine è stato un amore a prima vista, è una realtà stupenda della mia zona d’origine, Arezzo, ma qui trovo un’atmosfera e delle vibrazioni che magari trovo in certi posti a Milano, in alcune fiere, in posti dove ci sono le più grandi menti e questo mi affascina. Per me è una grande soddisfazione essere qui”.
Dalle inchieste di Report al nuovo profilo di Narratore della Bellezza. A Rondine Emilio Casalini ha raccontato il bivio della sua professione e insieme della sua vita.
Nel corso della guerra nella ex Jugoslavia, ha maturato, a seguito della morte di un amico attivista, la differenziazione tra un pacifismo “utopico” e un pacifismo “pragmatico”.
Mentre in Iran, nel corso delle rivolte del 2009 ha evitato l’arresto da parte delle Forze Basij, grazie all’intervento di alcune donne sconosciute.
Tutti, allora come oggi gli dicevano che il regime per essere abbattuto ha bisogno del tempo necessario, ma non avverrà mai grazie a un intervento militare americano.
“Nel 2017 – ha raccontato – ero in un conflitto fortissimo con me stesso, Generazione Bellezza nasce da questo: dalla voglia di stare bene. Le storie del nostro programma sono tutte storie che raccontano come si può fare”.
Renato Natale, Medico, politico e attivista italiano, sindaco di Casal di Principe dal 2014 al 2024 si è “messo a nudo” nell’Angolo del conflitto, parlando dell’importanza di un’azione amministrativa trasparente lottando contro la camorra nella terra dei Casalesi.
La sua prima esperienza politica, avviata nel 1994, si interrompe poco dopo l’uccisione del parroco e amico don Giuseppe Diana, oggi simbolo dell’impegno contro la criminalità organizzata.
Infine, un ruolo centrale, qui come nella vita quotidiana di Rondine, è stato riservato agli studenti della World House, che hanno presentato i propri progetti attraverso il Social Expo.
Il cammino dello studio si intreccia con quello della professione e della vita, l’opportunità di presentare le proprie iniziative, favorendo così lo scambio di esperienze e la valorizzazione delle attività sviluppate all’interno della rete. “
‘Nel silenzio della paura’, la mia mostra nasce da una domanda che mi accompagna da quando sono arrivata alla World House: che cosa resta dentro di noi quando tutti vedono il nostro coraggio, ma pochi ascoltano la nostra paura?
A Rondine, spesso, gli studenti e le studentesse vengono guardati come simboli. Ci viene detto che siamo coraggiosi, che abbiamo fatto una scelta importante, che rappresentiamo una speranza possibile in un mondo attraversato dai conflitti.
Sono parole vere, e spesso ci danno forza. Ma dietro ogni scelta di pace, dietro ogni incontro con l’altro, dietro ogni passo dentro il Metodo Rondine, esiste anche una parte più fragile, più silenziosa, più difficile da raccontare.
Con questo progetto, realizzato all’interno del Social Impact Semester, ho voluto aprire uno spazio in cui quella parte potesse finalmente essere vista”, ha affermato Viktorija, Rondine d’Oro serba che a YouTopic ha concluso il suo Social Impact Semester.
Tra gli appuntamenti di questo YouTopic Festival c’è anche Rondine Experience, un percorso interattivo per attraversare inquietudine, incontro e trasformazione attraverso arte digitale, intelligenza artificiale e partecipazione.
Un viaggio immersivo pensato per accompagnare il pubblico nel cuore del Metodo Rondine attraverso tre installazioni sviluppate in collaborazione con Stride.
Ogni visitatore è chiamato a entrare in relazione con suoni, immagini, movimento e processi creativi generati anche attraverso l’intelligenza artificiale.
Le tre installazioni accompagnano i partecipanti in altrettanti passaggi simbolici e concreti: dall’inquietudine, intesa come forza che apre alla ricerca e al cambiamento, all’incontro con l’altro, in cui il corpo e la presenza diventano strumenti di relazione, fino alla trasformazione, dove ogni contributo individuale entra a far parte di una grande opera collettiva in continua evoluzione.
Rondine Experience traduce così in linguaggio visivo, sensoriale e partecipativo uno dei nuclei più profondi dell’esperienza di Rondine: la possibilità di attraversare il conflitto senza rimuoverlo, trasformandolo in ascolto, relazione e responsabilità.
In questo spazio, la tecnologia non sostituisce l’umano, ma lo amplifica; non isola, ma connette; non produce soltanto immagini, ma apre domande.
Diventa uno strumento al servizio della pace, capace di aiutare le persone a incontrarsi, immaginare e costruire insieme nuove possibilità di futuro.


