Dal caso Porro-Conte alla passività di cittadini stremati: come il “politically correct”, l’emergenza perenne e il silenzio sulla gestione Covid stanno spegnendo lo spirito critico e offendendo la memoria del Paese.
Il recente e acceso scontro televisivo tra il giornalista Nicola Porro e l’ex Premier Giuseppe Conte a Quarta Repubblica ha sollevato un polverone mediatico che va ben oltre la cronaca politica o il talk-show del lunedì sera.
Quando il dibattito sull’operato pubblico, sulla gestione di fondi e su decisioni collettive che hanno segnato la carne viva della nazione si trasforma in una trincea ideologica, emerge un problema sistemico che attraversa la nostra società: l’atavica resistenza della politica alla trasparenza.
In un Paese democratico e maturo, la ricerca della verità e la rendicontazione delle proprie azioni non dovrebbero essere vissute come un attacco personale, bensì come il più alto dovere civile.
Chi ostenta di aver agito in nome e per la tutela dei cittadini non dovrebbe temere la luce dei fatti. Eppure, le polemiche portano a galla resistenze e zone d’ombra che sembrano voler bloccare la verità.
Gli errori sono umanamente possibili e comprensibili, specie se commessi in contesti eccezionali, e i cittadini sanno accettarli se guidati dalla buona fede.
Ciò che invece risulta inaccettabile è l’oscurantismo che censura, silenzia o tenta di delegittimare il diritto di cronaca di giornalisti e opinionisti.
Finché ci si muove nei confini della legalità, dell’etica e della deontologia, il diritto di fare le pulci al potere va difeso senza sconti.
Tuttavia, fermarsi alla critica dei leader politici sarebbe un’analisi parziale. Questo scontro si inserisce in un tessuto sociale logorato, in cui il sistema divisivo attuale si alimenta demagogicamente attraverso due potenti leve: il politically correct e la politica della paura e dell’emergenza.
Il conformismo linguistico e ideologico del “politicamente corretto” agisce oggi come un enorme anestetico sociale.
Chiunque esca dai binari del pensiero omologato o osi sollevare dubbi critici viene immediatamente etichettato, polarizzato e spinto ai margini del dibattito.
Al contempo, il ricorso sistematico alla politica della paura e dell’emergenza perenne genera una tensione che paralizza lo spirito critico, favorendo un pericoloso appiattimento dell’opinione pubblica e aumentando le distanze civiche e politiche tra le istituzioni e la base.
Ma la colpa di questa apatia non è da rintracciare in una generica pigrizia. I cittadini oggi sono, prima di tutto, esausti. Schiacciati da equilibri socio-economici sempre più labili, preoccupanti e precari, gli italiani si trovano a combattere quotidianamente per la stabilità materiale.
Questo sfinimento esistenziale produce una reazione psicologica drammatica: la delega passiva e la deresponsabilizzazione.
Per comodità, per mancanza di tempo o per puro spirito di sopravvivenza, si tende a subire le scelte e i dibattiti dall’alto, accettando che la trasparenza venga osteggiata come un fastidio o un complotto della fazione avversa.
Questa oscurità, tuttavia, non ferisce solo la democrazia in astratto; colpisce, soprattutto e in modo imperdonabile, chi più di ogni altro ha subito e pagato con la vita la drammaticità della pagina più buia della nostra storia recente: il periodo del Covid.
La pandemia ha sacrificato persone di ogni età, ha scavato un dolore incommensurabile nel cuore delle nostre comunità e ha lasciato ferite insostenibili in tantissime famiglie toccate da vicino dalla perdita.
È proprio per rispetto di questo sacrificio che la trasparenza oggi diventa un obbligo morale inderogabile.
Se in quei mesi terribili l’eccezionalità, la gravità e l’inedita violenza dell’emergenza potevano far tollerare e comprendere scelte centralizzate o zone d’ombra – persino con gli occhi di oggi –, a distanza di anni quella stessa mancanza di chiarezza non è più giustificabile.
Continuare a opporre resistenza oggi non fa che adombrare una situazione già drammatica, finendo paradossalmente per dare credito e ragione a chi, all’epoca, manifestò dubbi legittimi e, invece di trovare ascolto, venne sbrigativamente tacciato di complottismo e discriminato.
Di fronte a questa deriva, la partecipazione attiva e la condivisione rispettosa devono essere urgentemente recuperate all’interno della società civile.
Il cittadino rappresentato, guidato da un profondo senso civico, deve tornare a essere il primo arbitro rispetto all’attività istituzionale.
Dobbiamo ricordarci che la libertà è sicuramente la più grande e sofferta conquista delle nostre civiltà, e che non è affatto scontata. Non possiamo assecondare passivamente chi rema contro questo principio.
A tal proposito, è bene tenere a mente ciò che ci ricordava il sociologo Zygmunt Bauman: la gente, pur di ottenere sicurezza, è spesso disposta a cedere quote importanti della propria libertà. Non cadiamo in questa trappola.
Non subiamo passivamente le emergenze annunciate quotidianamente dai megafoni del potere; facciamoci piuttosto parte attiva per affrontarle, senza mai rinunciare alla nostra libertà.
Perché c’è sempre chi, nell’oscurità, approfitta delle nostre paure e delle nostre debolezze per stringere le maglie del controllo.
Queste fragilità possono essere superate solo ritrovando e coltivando quell’autentico spirito di comunità e quei valori umani che rendono la società civile più forte, unita e speciale.
Coltivando un costruttivo e rispettoso spirito critico e con la consapevolezza necessaria, non dobbiamo farci influenzare ed ingannare da chi strumentalizza libertà e sicurezza.
Si tratta di due valori fondamentali e inestricabilmente legati, ma intrinsecamente in conflitto, soprattutto nella nostra società contemporanea – quella che Zygmunt Bauman ha brillantemente definito “società liquida” –, dove le persone, quando la paura diventa insostenibile, si mostrano drammaticamente disposte a barattare quote di libertà in cambio di sicurezza.
Senza mai perdere di vista l’oggettività, e consapevoli che le “verità assolute” appartengono solo agli stolti o agli ingannatori/manipolatori, dobbiamo riflettere sul fatto che stiamo vivendo l’epoca e la politica dell’emergenza continua.
Non subiamo passivamente queste emergenze annunciate quotidianamente; facciamoci piuttosto parte attiva per affrontarle senza rinunciare alla nostra libertà.
C’è sempre chi, nell’oscurità, approfitta delle nostre paure e delle nostre debolezze per stringere le maglie del controllo.
Ma queste fragilità possono essere superate solo ritrovando e coltivando quell’autentico spirito di comunità e quei valori umani che la rendono più forte, unita e speciale.
L’oscurità è il peggior nemico della Repubblica. Una democrazia matura non deve temere il confronto, deve temere il silenzio.
La politica ha il dovere di specchiarsi nel popolo e di farsi guardare dentro, perché la verità non si oscura e il dolore delle nostre comunità esige dignità, risposte e luce. Senza sconti per nessuno.
Fabrizio Ghironi

