Sono partito per Malaga con più dubbi che certezze.
Un Erasmus all’estero, lo spagnolo che non conosco, venti giornalisti che non avevo mai incontrato prima, un compagno di stanza sconosciuto. E poi il tema: intelligenza artificiale, materia che uso da due anni ma che, lo ammetto, ancora mi mette addosso rispetto. Un po’ per quello che non sai, un po’ per quello che temi di sapere troppo.
E invece, già dopo il primo giorno, ho capito che non sarebbe stato un viaggio come gli altri.
Sette giorni sono scivolati via con una naturalezza disarmante. Non perché fossero leggeri, ma perché erano densi. Di contenuti, di confronto, di risate, di notti lunghe e di mattine in aula. La formazione è stata intensa, vera, mai banale. Daniel Baù – italiano che vive da quindici anni in Spagna – ci ha aperto un mondo. Non con la retorica dell’“AI che fa tutto”, ma con una verità molto più semplice e potente: l’intelligenza artificiale non crea, non pensa, non predice. Analizza. Ricostruisce. Risponde a ciò che noi le diamo.
E lì è scattato qualcosa.
Nonostante lavori con l’AI da tempo, ho scoperto strumenti, approcci, possibilità che non conoscevo. Ma soprattutto ho capito che il vero valore non era la tecnologia. Era il gruppo.
All’inizio eravamo individui. Giornalisti di territori diversi, storie diverse, età diverse. Poi, quasi senza accorgercene, siamo diventati una squadra. Qualcuno lo ha detto chiaramente nelle interviste: questa esperienza è servita tanto professionalmente quanto umanamente. E aveva ragione.
C’è chi ha sottolineato i rischi e le opportunità dell’intelligenza artificiale per il giornalismo, chi ha parlato di una professione che sta cambiando sotto i nostri occhi, chi ha portato a casa strumenti nuovi da usare subito in redazione, chi ha trovato nel confronto con colleghi di altre realtà il vero valore aggiunto. Tutti, nessuno escluso, hanno parlato di relazioni.
Le pagelle, poi, raccontano questo Erasmus meglio di qualsiasi report ufficiale. Ironiche, affettuose, taglienti al punto giusto. Raccontano un gruppo che si osserva, si prende in giro, si riconosce. Raccontano leadership spontanee, ruoli che emergono, personalità che si incastrano come in una redazione ideale. Raccontano anche me, con una generosità che mi ha fatto sorridere e riflettere.
E forse è proprio qui il punto.
Perché mentre parlavamo di intelligenza artificiale, stavamo facendo esattamente il contrario di ciò che molti temono: stavamo rafforzando l’umano. Il confronto, il dubbio, la capacità di mettersi in discussione. L’AI, senza l’uomo, non è niente. Ma l’uomo, con gli strumenti giusti, può fare meglio il proprio lavoro.
Questo articolo stesso nasce così.
È scritto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, sì. Ma non è “suo”. È mio. Perché dentro ci sono i miei dubbi iniziali, le mie paure, le mie scoperte, i miei occhi su Malaga, sulle aule, sulle cene, sulle discussioni infinite. L’AI ha messo ordine. Io ho messo il senso.
Torno a casa con una convinzione più forte di prima: l’intelligenza artificiale non è il nemico del giornalismo. Lo è la superficialità, lo è la pigrizia, lo è la rinuncia a capire. Se dietro c’è un giornalista, una testa, un’etica, allora l’AI è solo uno strumento. Potente, sì. Ma sempre strumento.
E soprattutto torno a casa con un gruppo.
Che forse non lavorerà mai tutto insieme. Ma che, da Malaga in poi, sa di esserci.
Stefano Pezzola
Direttore ArezzoInforma
LE INTERVISTE DI FRANCESCO ROSSANO









