La destra ha vinto. I civici non hanno vinto. Il centro-sinistra ha perso.
Ci vuole onestà nell’esaminare l’esito del voto per le elezioni comunali di Arezzo. Casa Riformista, riflette sul percorso seguito e sulle ragioni di questa sconfitta.
E ci vorrà del tempo per esaminare nel profondo il cambiamento avvenuto nella nostra società e nell’elettorato aretino.
Arezzo da molti anni è dominata dalla cultura di centro-destra. E’ stato possibile per l’area progressista rovesciare questo assunto solo in due occasioni: quando la coalizione ha interpretato senza preconcetti il volto e la persona da proporre.
I risultati ci dicono che a determinare la scelta del sindaco è una importante fetta di società che definiremmo moderata, di centro, né di qua né di là, che di volta in volta individua il soggetto che meglio la rappresenta.
E’ vero che ci sono i programmi ma non li guarda quasi nessuno dei 73.345 elettori aretini di cui 30 mila continuano a restare a casa nel momento della scelta. Ormai si guarda soprattutto alla persona, al soggetto.
La scelta fatta dall’area progressista è caduta su un candidato dalle qualità indiscutibili, con un’esperienza amministrativa unica e di altissimo livello, che avrebbe costituito l’ossatura giusta per avere il miglior sindaco di questa città. Ma non è il ragionamento che ha fatto (e si sarebbe dovuto capire) l’elettorato aretino.
I giornali narrano che volano gli stracci nel centro-sinistra. Sarebbe errata una reazione impulsiva di fronte ad un risultato che razionalmente era nelle cose.
Il tentativo compiuto di ampliare l’area coinvolgendo le liste civiche di Donati, onestamente era poco praticabile perché quando si passa da un divorzio certificato in una famiglia è molto difficile rimettere insieme i cocci. E così ognuno è andato per conto proprio.
A parere di Casa Riformista il percorso seguito per individuare la migliore candidatura ha sofferto della volontà del maggior azionista (il PD) che dapprima ha compiuto la scelta faticosa al suo interno, affidandosi alla figura tradizionale dell’amministratore con grande esperienza, “l’usato sicuro” definito da Eugenio Giani, poi sostanzialmente imposto alla coalizione nella quale, al di là di alcuni mal di pancia, quasi nessuno ha potuto o voluto rimettere in discussione un’alleanza complessa costruita sui programmi.
Su Vincenzo Ceccarelli, che va ringraziato per l’enorme sforzo anche personale che ha sostenuto, c’era la consapevolezza che non avrebbe rappresentato quella novità, quel cambio di passo, quel desiderio di visione nuova del futuro di Arezzo, che saliva dalla società aretina.
Ed anzi, gli aretini negli ultimi anni hanno dato un giudizio fortemente critico dell’amministrazione guidata da Alessandro Ghinelli. Giudizio poi “magicamente” scomparso nelle urne: adesso resta da capire se la discontinuità declamata e reclamata dai partiti del centrodestra si avvererà, oppure no.
Ma guardando in casa nostra, è necessario introdurre modalità diverse nell’individuare il candidato vincente, considerando la attuale legge elettorale che personalizza estremamente il voto.
Ad Arezzo in 30 anni il centrosinistra ha vinto con candidati provenienti dalle professioni, e legati al contesto territoriale (Ricci e Fanfani).
Non si può arrivare al 2027 ed affrontare sfide fondamentali in provincia quali quelle di Montevarchi, Sansepolcro e Anghiari, senza aver ascoltato quella parte di società moderata che vuol riconoscere nel sindaco o nella sindaca uno o una di loro.
Ed ha proposito di moderati, Casa Riformista si rammarica di non aver potuto riproporre a livello comunale l’esperienza vincente delle elezioni regionali.
Casa Riformista era la lista del presidente Giani con al suo interno tre o quattro anime diverse. Una vera lista civica.
Noi abbiamo proposto lo stesso modello alle comunali, ma Ceccarelli ha voluto distinguere la sua lista dalla nostra, creando un doppione che alla fine non ha fatto portare consiglieri né alla sua né alla nostra.
Chi non ha peccati scagli la prima pietra, ma questo sasso va gettato nello stagno di un immobilismo politico che così proseguendo rischia di cancellare una storia lunga ottant’anni di rappresentanza democratica nei nostri territori.

