Ad Arezzo la mostra: “Volti che non esistono, persone che ci somigliano”

La mostra prosegue fino al 13 settembre 2026 negli spazi di Rosy Boa ad Arezzo

C’è qualcosa che facciamo continuamente e di cui raramente ci accorgiamo: guardiamo un volto e immediatamente inventiamo una persona.

Prima ancora di sapere chi abbiamo davanti, gli attribuiamo qualcosa. Un carattere, un’intenzione, una storia. Decidiamo se quello sguardo è malinconico o arrogante, se quella bocca esprime tristezza o disprezzo, se quel volto ci è familiare oppure no. Lo facciamo in una frazione di secondo, quasi senza rendercene conto.

L’essere umano è forse l’animale meno capace di osservare un volto nella sua semplice evidenza. Lo rivestiamo di significati ancor prima di averne misurato i contorni. Guardare una persona quasi sempre rischia di trasformarsi nell’atto di interpretarla.

Volti che non esistono, persone che ci somigliano

È da qui che sono partita guardando la pittura di Grazia Mori.

I suoi personaggi non hanno una biografia. Non sono persone incontrate per strada, fotografie trasformate in pittura, ritratti commissionati o immagini recuperate dalla memoria. Grazia produce persone. Le inventa.

Ed è proprio questo a rendere la loro presenza così straniante.

Davanti a quei volti avvertiamo immediatamente la necessità di sapere qualcosa. Chi sono? Cosa è successo loro? Perché quella donna sembra arrabbiata? Perché quell’uomo appare così impassibile? Cosa nasconde quello sguardo?

Ma non c’è nessuna risposta.

Non c’è un nome da ricordare, un episodio da ricostruire, un’identità da verificare. Non c’è, in definitiva, nessuno che possa confermare o smentire la nostra interpretazione.

Volti che non esistono, persone che ci somigliano

Eppure noi interpretiamo lo stesso.

È qui che il ritratto diventa un dispositivo particolarmente potente: il soggetto è inventato, ma la nostra reazione è reale.

Grazia Mori sembra dirci che la percezione non è mai innocente. Che tra ciò che abbiamo davanti agli occhi e ciò che crediamo di vedere esiste uno spazio, piccolo ma decisivo, nel quale entrano la memoria, il desiderio, il pregiudizio, l’esperienza, la paura.

Ogni volto diventa così una superficie sulla quale proiettiamo una parte di noi stessi.

Non esiste uno sguardo puro. Esiste soltanto una diversa intensità del nostro coinvolgimento.

E allora il paradosso diventa ancora più interessante: questi volti non appartengono a nessuno e tuttavia ci sembrano appartenere a qualcuno. Sono ritratti, ma non sono ri-tratti. Non riportano sulla tela una persona che è esistita prima dell’immagine. La persona, in qualche modo, comincia a esistere proprio attraverso l’immagine.

Volti che non esistono, persone che ci somigliano

La pittura di Grazia lavora dentro questo cortocircuito.

Il suo mondo è immaginativo, irrazionale, apparentemente lontano dalla realtà e proprio per questo capace di interrogare il nostro rapporto con essa. Perché forse la realtà non coincide soltanto con ciò che esiste, con ciò che è accaduto o che possiamo documentare. Può essere anche ciò che prende forma davanti ai nostri occhi e che, una volta apparso, non possiamo più fare finta di non aver visto.

La storia dell’arte è, in fondo, anche la storia del come rendere visibile l’invisibile o di come dare una presenza a ciò che altrimenti rimarrebbe nell’indistinto.

E forse è proprio questa la ragione per cui i suoi personaggi, pur non essendo mai esistiti, producono in noi una sensazione così concreta.

La mostra Uomini impassibili, donne arrabbiate, personale della giovane artista aretina Grazia Mori, nasce precisamente dentro questa tensione. Una densa galleria di uomini e donne che non derivano da modelli reali, ma dalla capacità inventiva dell’artista.

Il titolo stesso introduce una prima possibile interpretazione, quasi una tentazione: attribuire ai volti un sentimento prima ancora di averli davvero guardati.

Ed è forse proprio qui che la mostra trova il suo punto di maggiore interesse.

Non si tratta semplicemente di guardare dei volti, ma di fare i conti con il modo in cui li guardiamo.

Di fronte a persone che non sono mai esistite, scopriamo quanto velocemente costruiamo identità, caratteri, emozioni e storie. L’artista inventa i suoi soggetti, ma siamo noi a completarli, attribuendo loro ciò che conosciamo, ciò che temiamo, ciò che desideriamo riconoscere.

Alla fine, quei volti raccontano qualcuno che non esiste ma soprattutto ci dicono molto di chi li guarda.

Ed è forse questo il vero cortocircuito della pittura di Grazia Mori: inventare un volto per costringerci a riconoscere noi stessi nel modo in cui lo guardiamo.

La mostra prosegue fino al 13 settembre 2026 negli spazi di Rosy Boa ad Arezzo.

Di Matilde Puleo

Volti che non esistono, persone che ci somigliano

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